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Perché sono fortunato

Alle medie non ero un ottimo studente. Al liceo classico sono sempre stato ben sotto l’aurea mediocritas dell’otto. Solo un caso fortuito del tutto imprevedibile mi ha consentito di ottenere alla fine il massimo dei voti (fidatevi, è stato proprio così). È all’università, studiando matematica, che ho cominciato ad avere i miei risultati.

Accenno ai miei studi perché, guardandomi indietro, ritengo che siano stati gli anni delle medie e delle superiori quelli significativi per la mia formazione e per le mie scelte di vita – umana e professionale. Tutto quello che è venuto dopo è frutto maturato nel tempo, i cui semi sono stati gettati alle medie (in massima parte) e al liceo (in parte minore). In questo «tutto» comprendo la passione per la matematica; l’attenzione alla cultura, alla formazione e all’educazione; la convinzione che l’insegnamento e la scuola siano i mattoni fondamentali della società e del futuro; l’impegno civile e la lettura di Gandhi, l’unico politico di cui ho studiato il pensiero e i testi; il rigore e il gusto per le cose fatte bene.

Da dove vengono i semi di queste fortune che mi sono capitate?

Alcuni vengono senz’altro dall’albero da cui sono nato, la mia famiglia, altri dall’ambiente in cui vivevo, altri ancora sono stati portati… dal vento. Ho però la ferma certezza che alcuni semi più importanti di altri sono stati gettati in me da una professoressa, Vittoria Valz Blin, che mi ha insegnato matematica – e molto altro! – per i tre anni delle scuole medie; che ha indirizzato le mie scelte con chiarezza e lucidità; che è rimasta una presenza tanto discreta quanto attenta fino a oggi.

Ecco perché in apertura ho accennato ai miei studi, alla mia formazione: alle medie ero uno studente nella norma, con i miei interessi e le mie difficoltà, non mi sentivo (e non ero) particolarmente notevole, eppure la professoressa Valz Blin notò in me qualità e caratteri che sarebbero emersi dopo e li coltivò e scommise su di essi con più convinzione di quanta ne avessi io e, probabilmente, i miei genitori. Aveva la giusta «distanza» e il sufficiente coinvolgimento per capire che cosa fosse bene per me e per lavorare per la mia crescita.

Se vado con la memoria a quegli anni, non ricordo le lezioni della Valz. Ho però flash di situazioni e di atteggiamenti che lei aveva verso noi studenti (ben al di là della Citroen bianca e della immancabile sigaretta tra le dita).

La Valz era rigorosa, distante, autorevole: dava importanza al suo essere la nostra professoressa.

Era ostinata nel lottare per l’ordine nei miei quaderni – e la sua ostinazione non veniva meno nonostante la totale assenza di miei miglioramenti.

Dava dignità ai ragionamenti di noi ragazzi e ai nostri pensieri: ricordo, questa sì bene, una discussione che avemmo io e lei su un esercizio. Due bandierine nel piano sono orientate una verso destra e una verso sinistra. Sono sovrapponibili? Io sostenevo di sì perché c’è un movimento del piano (il ribaltamento) che le porta l’una sull’altra. Lei sosteneva di no perché non c’è nessun movimento nel piano che le porta l’una sull’altra. Argomentammo a lungo e lei non impose mai il suo punto di vista «da insegnante». Oggi, conservo ancora le bandierine – stuzzicadenti e rettangoli di carta che realizzammo assieme – tra le pagine del volume «La geometria» di Emma Castelnuovo che la Valz aveva scelto come nostro libro di testo e che usava con rispetto e passione.

Dava a tutti noi una seconda possibilità quando «scivolavamo e cadevamo in errore».

Credeva nella collaborazione tra noi compagni e investiva molte ore in aula a farci lavorare a coppie – uno «bravo» e uno «in difficoltà», lasciando che il «bravo» trovasse le parole e i metodi per superare le difficoltà del compagno. Penso di aver imparato ad ascoltare in quelle ore, grazie alla fiducia che la Valz dava al nostro lavorare tra pari.

Da ieri, 20 gennaio 2015, Vittoria Valz Blin non è più con noi. Rimane vivo il lavoro – importantissimo e unico: quello dell’insegnante – che ha fatto con me e con alcune decine di ragazzi di Rosta. Rimane il ricordo di lei nel suo giardino, tra i fiori, con la sigaretta tra le dita. Rimane la gratitudine per la fortuna di averla ancora frequentata in questi trent’anni, presenza tanto discreta quanto attenta alle cose della mia vita.

 

Daniele Gouthierè un matematico e uno scrittore di scienza. Insegna Comunicazione della matematica e della fisica al Master in Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste, Matematica per il design 1 e 2 al Diploma accademico in Disegno Industriale all’Isia di Pordenone.È autore del libro di testo Il bello della matematica (Pearson Bruno Mondadori, 2014).

There are 2 comments. Add Yours.

Roberta Coianiz —

Da insegnante, ti ringrazio di avere condiviso questi ricordi. Spesso non ci rendiamo conto di quanto possiamo influire sulla vita dei nostri alunni. Li guardiamo passare e sembrano così indifferenti nei nostri confronti. E invece ci osservano e ci ascoltano più di quanto immaginiamo.

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Marco Monti —

Daniele, ho avuto la tua stessa esperienza scolastica.
Sono un ingegnere, e mi sono pentito di aver studiato solo matematica, e non le altre materie come storia, italiano, geografia ect. Scrivo favole di matematica. Non ho trovato nulla di simile sulla rete. Ho un figlio DSA, che dopo tanti anni di calci in faccia mi sta chiedendo aiuto. Sto facendo dei corsi per insegnare il LOGO ed a scrivere parole e frasi in algebra. I ragazzi non smetterebbero mai. [...] Ciao Marco

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